Cambusa Critica: come cambiare il mondo con dei piccoli gesti

Acqua critica

Quando parliamo di Cambusa Critica, parliamo indirettamente di educazione alimentare, che in fin dei conti non è nient’altro che informazione personale, cioè scelta consapevole che può diventare una vera e propria scelta politica. Negli ultimi anni a causa della globalizzazione e dell’avvento dei media sono le grandi multinazionali a governare i mercati, e pertanto siamo costantemente bombardati da pubblicità, tanto che, il nostro cervello, nel momento della spesa, ci spinge ad acquistare il prodotto visto nella pubblicità. Questa riflessione dovrebbe farci fermare un attimo a riflettere, e dovremmo chiederci se i prodotti delle multinazionali, sponsorizzati in tv, a tutte le ore, da volti noti dello spettacolo o dello sport, sono realmente così salutari come siamo portati a credere. Basta poco per rendersi conto che non è così, e di quanto siamo facilmente influenzabili da pubblicità così ben costruite.
Poche persone immaginano che anche l’alimento più importante per noi, ovvero l’acqua in bottiglia, non è poi così puro e salutare. Sappiamo tutti che l’acqua naturale proviene da sorgenti pure e protette, la cui qualità è garantita dal contenuto di sali minerali necessari per il nostro organismo. Una volta raccolta dalle sorgenti, l’acqua viene imbottigliata, da aziende private, in vetro o plastica, e trasportata da una parte all’altra del paese (per l’80% su strada) e venduta in supermercati, distributori automatici o altro, a prezzi variabili. Per legge quest’acqua deve essere controllata una volta l’anno da parte di queste aziende imbottigliatrici che mandano un’autocertificazione al Ministero della Salute. L’acqua subisce pochi trattamenti oltre all’aggiunta di CO2 per renderla frizzante, o all’aggiunta di aria contenente ozono per purificarla da alcuni elementi come il ferro, il manganese, lo zolfo o l’arsenico. Pertanto non è l’acqua in sé il problema, bensì il contenitore. Nel maggio 2010 sono stati resi noti, sulla rivista “Le scienze”, i risultati di analisi effettuate sulle acque in bottiglia, che evidenziavano, in alcune di esse, un’alta concentrazione di arsenico, elemento potenzialmente molto dannoso, se assunto in maniera cronica, per il nostro apparato digerente e per il sistema nervoso; per questo l’UE ha posto un limite massimo di 10 μg per litro. A questi elementi chimici naturali si aggiunge un’altra famiglia di composti, gli ftalati, usati come agenti plastificanti per migliorare la flessibilità delle bottiglie di plastica, che se lasciate al sole o vicino a una fonte di calore, rilasciano questi composti nell’acqua. Gli ftalati possono avere effetti molto gravi sulla salute umana, tra i quali tossicità epatica, testicolare e riproduttiva. Questi dati vanno contro la mentalità comune che indica l’acqua del rubinetto di casa qualitativamente peggiore di quella in bottiglia che compriamo dal supermercato. Ora sappiamo che non è così, in quanto l’acqua proveniente dall’acquedotto è sottoposta a quattro analisi all’anno, svolte da due società indipendenti tra loro, che svolgono analisi su 67 parametri in più di quelli considerati nelle analisi delle acque in bottiglia. Non tutti però si fidano a berla, forse a causa del suo sapore a volte non troppo gradevole, ma la maggior parte non sa che l’acqua del rubinetto viene sottoposta a disinfezione per proteggerla nel tragitto fino alle nostre case. Pertanto una delle cause per cui l’acqua del rubinetto ha un sapore sgradevole è proprio la noncuranza del padrone di casa o del proprietario del condominio, che tiene in cattivo state le tubature, le quali poi contaminano la purezza di tale acqua. Basta poco quindi per accertarsi che le proprie tubature siano in un buono stato, e in caso contrario basta intervenire con appositi sistemi di filtrazione.

Non ci sono più le mezze stagioni

Essere consapevoli di ciò che quotidianamente consumiamo, come i prodotti vengono trattati, i contenitori in cui si trovano, può essere, nel nostro piccolo, un passo avanti per migliorare noi stessi, come cittadini, come cristiani, come scout, e per migliorare il mondo. La disinformazione e l’ignoranza sono le armi principali sfruttate dalle multinazionali, il cui unico scopo è quello di lucrare sulle spalle di noi compratori, sfruttando il lavoro di uomini, donne e bambini, molto spesso sottopagati e oggetto di soprusi da parte dei datori di lavoro. E’ certamente più facile e più conveniente comprare prodotti a basso prezzo, e se ci si ferma a riflettere un attimo si giunge presto alla conclusione che non sappiamo assolutamente nulla, su dove e come quegli alimenti sono stati prodotti. Questo, però, non è che un apparente risparmio, in quanto eventuali cure mediche, causate da un’alimentazione industriale e non critica, potrebbero incidere sulle nostre tasche molto di più di quello che ci costerebbe un’alimentazione basata su un consumo critico. Perciò, per quanto possibile, sarebbe preferibile acquistare prodotti locali o quantomeno di stagione, che nonostante la spesa di qualche decina di euro in più al mese, ci frutteranno una salute fisica e mentale dieci volte maggiore. Quello della stagionalità degli alimenti è un aspetto molto sottovalutato, anche a causa della globalizzazione e quindi della possibilità di avere tutti gli alimenti in tutti i mesi dell’anno. Alimenti chiaramente da serra o provenienti dall’altra parte del mondo, ricchi di conservanti e altri prodotti chimici che consentono all’alimento di conservarsi fresco per molto tempo. Il rispetto della stagionalità ha un grandissimo impatto, che si riflette in maniera notevole nel rispetto dell’ambiente, e che ci dà modo di acquistare i cibi dai venditori locali ad un prezzo inferiore.

 La società degli sprecaccioni

Un altro grande beneficio del rispetto della stagionalità dei prodotti è la capacità di renderci conto di quali alimenti sono veramente importanti e quali non sono indispensabili. Beneficio che aiuterebbe ad evitare un enorme spreco di cibo, che, dagli anni ’70 ad oggi, è aumentato del 50%, e che sta diventando una realtà drammatica che vede finire nella spazzatura miliardi di tonnellate di cibo l’anno in tutto il mondo. Secondo un’analisi realizzata dalla FAO, gli sprechi alimentari
aumentano di 1,3 miliardi di tonnellate l’anno, pari a circa un terzo della produzione totale, di circa 3,9 miliardi. L’Italia è leader nello spreco di cibo, infatti, con una quantità di cibo sprecata pari al fabbisogno alimentare di 44 milioni di persone, non è inferiore ad altre nazioni come gli USA, la Gran Bretagna, l’Australia e molte altre. Lo spreco alimentare porta con sé altri problemi come ad esempio l’inquinamento ambientale e lo sfruttamento di risorse, una su tutte l’acqua. Sempre secondo i dati della FAO, il quantitativo di acqua richiesto per produrre il cibo che vienesprecato ogni anno nel mondo, è pari a circa 250.000 miliardi di litri. Un quantitativo sufficiente per soddisfare i consumi domestici di acqua di una città come New York per i prossimi 120 anni.  Per quanto riguarda l’inquinamento in Italia, che lo spreco di cibo porta con sé, possiamo apprendere che sono circa 24 milioni le tonnellate di CO2 emesse nell’atmosfera per produrre i beni alimentari destinati alla pattumiera. Il 20% di questi gas inquinanti è legato al settore dei trasporti, ed ecco perché risulterebbe importantissimo acquistare prodotti locali e a chilometro zero. Pertanto è necessario smuovere le coscienze e far riflettere tutti che se il mondo proseguirà sulla via dell’indifferenza, del menefreghismo, e dell’arricchimento come unico scopo della vita, presto del nostro bellissimo pianeta non resterà solo che arido deserto.